Storie dalla loCombia

20/07/2018, Bogotà, Colombia, Lara scrive:

Si hay una arepa pa’ uno, hay pa’ todos

Resguardo Indígen da Jaikerazabi


Situata al confine con Panamá, la Regione di Urabá si divide tra i Dipartimenti di Antioquia, Chocó e Córdoba. L’Agenzia di Sviluppo Economico Locale Urabá Darén che andiamo a visitare, si trova nell’Urabá Antioqueño, nella cittadina di Apartadó. Da Bogotá prendiamo un volo che ci porta a Medellín e da lì saliamo su un ATR 42, un aereo di linea regionale con propulsione ad elica e 48 posti.  Fabbricazione francese ed italiana. Una suora occupa il mio posto, dice che vuole fotografare il monastero che si vede da quel lato dell’aereo. Mi siedo, quindi, di fianco a una ragazza che mi spiega che la Regione è famosa per la produzione di banane e platano. Parla veloce e, con un accento diverso da quello a cui sono abituata, mi racconta che Urabá è una delle zone che, durante gli anni ´90, ha subito maggiormente le conseguenze del conflitto con le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia-Esercito del Popolo (FARC-EP), le Autodefensas Armadas de Colombia (AUC), gruppo paramilitare di estrema destra e le CONVIVIR, gruppi armati di sicurezza privata riconosciuti dallo Stato che operavano in aree rurali per difendere i proprietari terrieri dagli attacchi della guerriglia.

Gli sconfinati campi di palme che si vedono sorvolando Apartadó tingono di verde la pianura e, una volta atterrati, il freddo e la pioggia di Bogotá vengono rimpiazzati da un cielo azzurro e 28 gradi. Il tragitto che conduce dall’aeroporto alla città è ombreggiato da gallerie di alberi che attraversiamo su un taxi che si destreggia rapido tra camion e moto. Non tutte le strade sono asfaltate e una nebbiolina polverosa si leva nell’aria: “A Bogotá avete lo smog. Qui abbiamo la polvere, che è meno tossica!”, dice il tassista.

Apartadó, quartiere dell'Associazione di teatro comunitario Camaleón de Urabá

Viaggio con Nicolas, responsabile dell’area comunicazione della Red ADELCO, con una giornalista e un fotografo. Stiamo andando a documentare le iniziative promosse dall’ADEL Urabá nell’ambito del progetto Fortalecimiento de la Competitividad Territorial desde el Desarrollo Económico Local en Colombia-CET, finanziato dall’Unione Europea e implementato dalla Red ADELCO in collaborazione con il Ministero del Commercio, dell’Industria e del Turismo. La ADEL Urabá è diversa dalle altre Agenzie di Sviluppo Economico Locale che ho conosciuto perché, pur non perdendo la prospettiva economica, si concentra maggiormente sullo sviluppo sociale attraverso la cultura. Come mi spiega Osval, dirigente dell’ADEL, “l’epicentro dell’Agenzia è l’essere umano”. La prima esperienza che conosciamo è quella promossa dall’Associazione Camaleón de Urabá, il cui strumento è il teatro comunitario e lo sviluppo socio-culturale è l’obiettivo.

María Victoria è una donna bassina, ha i capelli corti e la faccia rotonda. Lei è di Medellin ma vive a Urabá dal 1998 quando, dopo aver completato gli studi in un’accademia di teatro, decide di trasferirsi per raggiungere la famiglia che scappava dalla violenza che in quegli anni stava dilaniando la capitale del Dipartimento Antioqueño. La sede dell’Associazione Camaleón è un edificio a tre piani situato in un quartiere marginale della città, con strade sterrate, case in muratura e tetti in lamiera. Non è un caso che l’associazione si trovi lì. Quando María Victoria arriva a Urabá, resasi conto che il tessuto sociale è debole e che c’è un alto tasso di disoccupazione, decide di dare vita ad un’esperienza pedagogico-artistica creando, con il supporto della sorella, il Grupo Juvenil. Tra le attività promosse ci sono azioni volte a sviluppare il senso civico dei giovani del quartiere, che prevedono la raccolta di spazzatura o la semina di piante. L’associazione, di cui María Victoria è la direttrice, rappresenta un’alternativa per i giovani ad attività illecite, all’ingresso nei gruppi armati della regione o al lavoro nei campi di banane e platano. Il teatro diventa uno strumento di riscatto sociale e l’associazione una grande famiglia che, poco a poco, migliora la vita del quartiere. Nel 2014 la marcha del ladrillo, nella quale ogni persona che lavora nei campi di banane porta un mattone per contribuire alla costruzione dell’attuale sede del teatro comunitario, dà un’idea del riconoscimento sociale che l’associazione ottiene dalla comunità.

Porto vecchio di Turbo, imbarcazione con carico di banane

Nello stesso anno, dopo la costruzione del teatro, il Comune decide di costruire un acquedotto, garantendo acqua a tutto il dipartimento. L’esperienza dell’Associazione Camaleón dimostra che è necessario che sviluppo economico e sviluppo culturale vadano di pari passo, soprattutto in territori che hanno sperimentato la violenza e in cui il tessuto sociale è debole.

La prima domenica di ogni mese l’associazione presenta spettacoli di teatro rivolti alla comunità. Per permettere a tutte le persone di poter partecipare, indipendentemente dalle loro possibilità economiche, sono stati stabiliti diversi metodi di pagamento. Uno di questi è il pucho, una sorta di baratto in cui ognuno porta qualcosa per poter assistere alla funzione. Con ciò che si raccoglie si aiutano le famiglie bisognose del quartiere. L’obiettivo di chiedere un contributo ai partecipanti, di qualsiasi natura esso sia, è quello di contrastare l’idea di assistenzialismo. Gli spettacoli messi in scena raccontano la vita del quartiere e della Regione. Una delle principali opere della compagnia si chiama “Eras una vez un Pueblo Bello” (Un tempo sei stato un Bel Paese) e fa riferimento al massacro di Pueblo Bello, avvenuto il 14 gennaio del 1990 per mano di un gruppo di paramilitari.

Tra i componenti del gruppo teatrale ci sono figli dei primi partecipanti: dal fiore dell’esperienza nascono giovani frutti che sono le promesse di questa società in costruzione.

Il giorno dopo ci rechiamo nella vicina cittadina di Turbo nella quale andiamo a visitare il Puerto Nuevo, un porto in costruzione che, per la posizione strategica della regione, vuole essere una porta verso il mondo in un contesto in cui si è sviluppato un modello di convivenza dinamico e vitale.

L’ultima tappa è la Comunità Indigena Jaikerazabi, che si trova vicino alla cittadina di Mutatá. Andiamo a vedere il progetto di turismo che si sviluppa nell’ambito del CET. Diluvia. Tre bambine corrono sotto la pioggia e, ridendo e gridando, scompaiono dietro una casa. Mi invitano in una casa in legno su palafitte dove la proprietaria mi offre un delizioso caffè e, incitata da una delle responsabili del progetto, mi vende bracciali e collane fatti da lei con perline. Sono di mille colori, come il camaleonte del teatro comunitario e come questa meravigliosa regione, specchio di un Paese che cammina verso la Pace.

Lara

P.S.: Qui sotto potete vedere il video dell'esperienza di Urabá

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